TESTIMONIANZA DI TINA - new!
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Testimonianza di Tina - (torna su)
"La mia disavventura dentro al DAP"
Come ogni sabato vado a trovare mia madre in una struttura per anziani in Piemonte, a Cuneo. Sono le 15.30 e mi trovo in autostrada nella via del ritorno: 120 km/h, radio ad alto volume, quando improvvisamente l'auto diventa leggerissima, incotrollabile... sono sul sorpasso....IL PANICO MI PARALIZZA. Non so che fare,mi sento persa,vorrei fermarmi, ma ho paura di non riuscire a ripartire, quindi lentamente mi porto sulla corsia di destra e continuo a guidare a velocità ridottissima; mani sudate, il capo imprigionato in una morsa di calore improvviso,le gambe tremano,le braccia si addormentano...TACHICARDIA: E' LA FINE, PENSO, NON CE LA POSSO FARE.
Sono all'altezza di Ovada,inizia la discesa tutta curve su viadotti:mi sembra di impazzire;tremo,mi sale una nausea fortissima, temo di svenire.
Sono 25 minuti interminabili: guido con la mano sinistra e la destra aggrappata al sedile di fianco: lo stringo infilandoci le
unghie. Ad un certo punto esco dalla penultima galleria e vedo il mare....tutto quella s pazio apertoooooo...il baratro al di sotto del
viadotto!...... VOMITO! Esco dall'autostrada e finalmente arrivo a casa visibilmente provata. Cosa mi è successo?
NON LO SO.
Sabato successivo nuovamente mi reco a trovare la mamma. Sulla strada del ritorno stessa situazione di terrore. Torno a casa angoscita,distrutta mentalmente. Il giorno dopo mi reco dal medico che mi offre un percorso di cura contro il panico.Categoricamente rifiuto.
Terzo sabato; torno a fare visita alla mamma:questa volta il terrore si impadronisce di me nello stesso tratto di strada anche nel
tragitto di andata.Arrivo a destinazione visibilmente terrorizzata; tant'è vero che tutto il tempo della visita lo impiego a pensare al viaggio di ritorno.
Il terrore pervade la mia mente,il mio corpo;quindi prendo una decisione: l'ultimo passo dell'autostrada non lo farò: percorrerò la strada statale ma, ahimè, non ricordavo che la statale passa attraverso una montagna....esco quindi ad Ovada e attraverso tre piccoli paesini di campagna, poi la strada inizia a salire sino ad arrivare in cima dove entro in una galleria (Passo del Turchino) di 1 km circa. Quando esco uno spazio enorme si presenta alla mia vista: la strada scende molto stretta ripidamente con curve a gomito: la testa sbatte a destra e a sinistra, una morsa di calore mi pervade tutto il corpo:vedo le mani sul volante,MA NON LE SENTO e penso: che fessa sono stata!
Era meglio l'autostrada! Devo scendere assolutamente, metto la prima marcia e a 20 km orari inizio a scendere.
Mi sento un verme che striscia in cerca della sua tana. Le gambe tremano; dietro una fila di moto mi chiede strada per lanciarsi nella discesa e fare le famose pieghe in curva....sudo freddo, piango, urlo, dico parolacce, le gambe hanno tremiti inconsulti.
Con la coda degli occhi vedo gli strapiombi un pò a destra e a volte a sinistra.
Penso: E' LA FINE. ...Invece NO, ce la faccio. Arrivo a casa che sembro un rifiuto umano.Il giorno seguente accetto l'aiuto del mio medico e mi reco da un medico psichiatra.Inizio la cura:subito peggioro paurosamente:non vado per un mese a trovare la mamma ma, mi metto sempre alla prova: tragitti brevi in autostrada (con viadotti)...LI FACCIO SEMPRE. Ne sono quasi attratta. Il mio medico dice che
è l'atteggiamento giusto verso il disagio. Poi un giorno...finalmente! Le cose grigie prendono il loro colore: i tremiti scompaiono, la mia mente DECIDE che il mio corpo deve iniziare nuovamente a stare bene. Ha inizio così la
mia rinascita. Dopo il baratro sono DI NUOVO ME STESSA... il mio coraggio,la mia determinazione,la mia voglia di sentirmi
libera dal panico ha prevalso su tutto....mi è costato tantissimo perchè chiaramente ho sofferto molto.
Ci sono stati momenti in cui mi son o sentita una donna fallita, una donna finita, ma MAI HO PERSO LA MIA DIGNITA' DI ESSERE
UMANO!!!!!
Tina
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Testimonianza di Giuliana - (torna su)
Mi chiamo Giuliana, ho 54 anni e ho un amante molto esigente, invadente, forse sarebbe meglio dire invasivo, possessivo, l'ho lasciato tante volte ma non vuole farsene una ragione. Quando penso di essermene finalmente liberata, si ripresenta inaspettatamente, mi afferra alla gola, entra prepotentemente nello stomaco lasciandomi senza fiato attanagliata dalla paura per dirmi "Sono ancora qui, per te, ti ricordi di me?" ...Come no, è il mio incubo peggiore, la mia maledizione, la mia non vita, il mio terrore. Non si tratta di stalking, non posso andare da Polizia o Carabinieri a denunciarlo, perchè in concreto non esiste, non ha un corpo, un dna, ne un fisico; è dentro di me e si chiama D.A.P. disturbo da Attacchi di Panico. Chi non lo conosce non può capire, ma non perchè non voglia o sia disinteressato, semplicemente non può; a volte fatico anche io che lo frequento da tanti anni, ma è subdolo, non si presenta sempre con lo stesso vestito, si mimetizza, ti assale quando sei tranquilla, rilassata, mentre prepari la cena, o lavi i piatti, o leggi un libro. Anche mentre magari stai ridendo in compagnia, all'improvviso ti arriva un pugno nello stomaco che ti fa uscire tutta l'aria dai polmoni, resti un attimo ferma terrorizzata ad ascoltare cosa sta succedendo dentro di te, poi il cuore comincia a galoppare velocissimo, si secca la gola, sembra che la lingua si ingrossi, si azzera la salivazione, cominci a sudare, ogni rumore che arriva dall'esterno è distorto, da fastidio, anche i colori sono appannati! C'è qualcosa che sta succedendo dentro te e non capisci cosa possa essere, ma la paura è immensa, vorresti scappare come se fossi davanti ad un leone, ma il leone non c'è, la bestia è dentro ed esplode in tutta la sua forza e in quel momento sei sicura che stai morendo o impazzendo, terrore allo stato puro.
Ecco che allora non puoi fare altro che urlare "Sto male!" Chi ti sta vicino si spaventa, la forsennata corsa al pronto soccorso più vicino, analisi, elettrocardiogramma, tutto a posto, "solo" un attacco di panico..."solo" dice il medico, mentre tu sei spossata, tremi dal freddo e piangi, e chi ti ha accompagnato tira un sospiro di sollievo, ti dà una pacca sulla spalla e ti dice "Che paura mi hai fatto prendere, ma non hai niente, hai sentito il medico? Sana come un pesce" e questo ti rincuora. Le prime volte ti dai anche della stupida, tanta confusione per..."niente" è bastata una piccola iniezione o qualche goccia di calmante e, sebbene intontita, è passato il terremoto interno. "Niente"...come no, ci speri, anche se dentro ti resta come un qualcosa di sospeso, sembra di avere un ombra che ti segue, si chiama paura della paura, paura che torni, paura di tornare nello stesso posto dove ti è successo e quando ti succede in un altro eviti anche quello, così il cerchio dentro cui riesci a muoverti diventa sempre più piccolo e soffocante, mi hanno detto che si chiama "evitamento", ma per quello che mi riguarda potevano chiamarlo con qualsiasi altro termine o non chiamarlo affatto. Io lo vivo e un nome non ha cambiato il senso di impotenza, non ha aumentato la mia autostima, quella scappa in fretta in qualche isola sperduta mano a mano che ti accorgi quanto ti senti impotente. Così ti trovi a guardare la vita che ti passa davanti da dietro il vetro di una finestra, fai a botte con i tuoi pensieri e ti senti infinitamente sola, sì c'è ancora chi ti chiama per uscire, ma le mani tremano anche solo al pensiero, non provi nemmeno più a spiegarlo, non possono capirlo. Non ne parli nemmeno più, dici una bugia, ti inventi un mal di testa e...ti arrendi.
Poi non ne puoi più di sentirti così inadeguata, così diversa e comincia il tiro alla fune...ti obblighi ad uscire, ma la paura della paura ti fa girare la testa, tremare le gambe e dopo esserti violentata e avere varcato "quella porta" imponendoti almeno di andare a prendere il pane nel negozio vicino a casa, torni con il cuore in gola talmente spossata che ti sembra di avere fatto la maratona di New York e ti dici che non è possibile continuare così: hai una necessità impellente di parlare con chi capisce veramente, che non ti fa sentire stupida, o che non ne vuoi proprio uscire da quel "niente, va tutto bene".
Così, tra una seduta di psicoterapia e una dipendenza da farmaci, comincio a leggere un pò di tutto sull'argomento, scandaglio internet e mi sprofondo nei meandri di millantate cure miracolose fino a che non mi imbatto in un articolo che parla di Gruppi di Auto Mutuo Aiuto specifici per panico, ansia e agorafobia di un'associazione onlus, mi leggo tutto molto velocemente poi lo rileggo più attentamente e mi ci ritrovo in tante testimonianze, mi ci ritrovo così tanto che mi sembra di respirare meglio. Decido, faccio il numero di cellulare che trovo in calce e mi informo se c'è un gruppo nella mia zona, detto fatto. Lo sto frequentando da vari mesi, subito non è stato semplice perchè non è proprio dietro casa, bensì ad un'ora di macchina da dove vivo, ma non demordo, finalmente posso parlare di quello che mi succede e so che vengo capita, come io capisco loro, in assenza di giudizio, ognuno con il proprio carattere, ma qui sta il bello: ognuno aiuta l'altro aiutando se stesso. Ora posso dire che ho fatto grandi passi avanti, che questo tipo di supporto aiuta veramente, senza per altro escludere altri tipi di terapie, psicologiche, farmacologiche, omeopatiche, nessuno vieta di seguire una strada parallela; può essere un ammortizzatore fra una seduta e l'altra, oppure un percorso in solitaria ma con l'appoggio di persone che si "auto aiutano".
Essendo una onlus, i gruppi sono gratuiti, non ci sono spese da affrontare, chi soffre di dap sa che anche questo non è poco, incidere sul menage familiare ti mette sempre un pò di fretta nel voler raggiungere un obiettivo e non sempre la fretta aiuta a raggiungerlo più velocemente, anzi. Ci credo molto in questo tipo di "terapia" perchè ho visto gli effetti su di me e su altre persone, niente di miracoloso, una strada da percorrere un passo alla volta ma non più soli, isolati dal resto del mondo. Ecco perchè ho seguito un corso per facilitatori di gruppi a.m.a. e vorrei formarne uno anche nel mio paese Mirandola, poiché anche altre persone che se ne stanno nascoste e si vergognano, come facevo io prima, di avere gli attacchi di panico, abbiano la mia stessa possibilità di liberarsi almeno del pesante fardello che si chiama solitudine. Mi auguro che qualcuno, leggendomi, almeno cominci a pensarci, poi magari decida di fare quel numero di cellulare come feci io un pò di mesi fa. Non prometto miracoli, quelli li lasciamo a chi di dovere, ma perchè non provare? Credo che una possibilità, una strada, una luce in fondo al tunnel sia un diritto per tutti: io ci sono, e molto umilmente metto me stessa, la mia esperienza e il mio ritrovato entusiasmo in questa che spero sia una storia a lieto fine e non solo per me.
Noi soffriamo di dap...ma non siamo il dap...siamo molto di più, così forti nella nostra fragilità da riuscire a rompere quel muro che ci siamo costruiti intorno, e se siamo in tanti a menar colpi dovrebbe essere più semplice no?
Questo è il mio numero di cellulare 339 5748262....ora sta a voi....e se siete arrivati a leggere fino a qua...bhè vi faccio un applauso avete la grinta giusta per affrontare ogni cosa.
Giuliana Pellacani
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Testimonianza di Cristina - (torna su)
"Non sono più sola…"
Convivo con il mostro ormai da diversi lunghi anni… non voglio parlarvi della mia guarigione ma della mia rinascita. Due anni fa stavo per l’ennesima volta scivolando nel burrone. Pensavo di aver fissato bene i chiodi alla parete della mia vita ma ecco che sul più bello, nonostante fosse per me una giornata di sole, il vuoto… quel maledettissimo senso di vuoto che ormai conoscevo bene… lo smarrimento assoluto e il gelo, di nuovo il gelo mi congelava l’anima e il mio corpo si paralizzava.
La mia esperienza per fortuna è tanta, tanti interminabili anni per rendermi consapevole della mia malattia perché è di questo che si tratta. Questa volta voglio reagire,posso farlo, ma devo farlo subito altrimenti il mostro si impossessa di nuovo di me e mi mette con le spalle al muro e io non posso ora, ho tre figli, tre meravigliosi cuccioli da amare, da crescere e ai quali tramandare sicurezza non paura.
Il ricordo di quei mesi passati dal letto al bagno, in preda a innumerevoli attacchi di morte, perché è così che ci sentiamo ogni volta e credetemi sulla parola, è devastante. Desiderare di dormire per non morire un'altra volta e un'altra e un'altra ancora… Per fortuna ci sono i farmaci che mi aiutano a mantenere quel minimo di lucidità necessaria per mettermi al computer e cercare disperatamente una via d’uscita. “C’è” - mi dicevo - “ci deve essere pur qualcuno che si sia preso a cuore il nostro disturbo, che capirà cosa provo quando parlo del mio terrore che arriva senza un reale motivo, se non quello di ricordarmi che la mia anima ha bisogno di uscire allo scoperto, che le mie emozioni vogliono essere colte da qualcuno che le possa realmente comprendere e condividere.
Prendo le mie 20 gtt. di ansiolitico, la tachicardia e la sudorazione mi stanno finalmente lasciando, ma ho paura che possano tornare. La paura della paura sapete cos’è? E’ un ansia terribile che non ci abbandona mai,che ci fa sempre vivere in agguato come se qualcuno ci stesse inseguendo in una notte buia, dentro ad un vicolo cieco, in una strada senza uscita …. e prima o poi ci raggiungerà. Però vi guardate indietro e non c’è nessuno. Fuori c’è il sole e voi avete freddo, un gran freddo dentro… Finalmente riesco a controllare il tremore delle mie mani e clicco:’PANICO,ATTACCHI’ - Gruppi di auto mutuo aiuto - Siamo qui per aiutarti, contattaci.
Mando una mail e mi rispondo quasi in tempo reale. Mi passano il numero del referente locale più vicino alla mia città: PN
Chiamo e mi risponde una voce che sento già amica, posso dire subito ciò che provo e mi rassicura:”Anch’io sai ho provato queste sensazioni, le conosco bene. Vuoi venire a parlarne tra persone che condividono lo stesso problema?Non preoccuparti,da oggi non sarai più sola!!!”.
Era ciò che volevo….. condividere …..con qualcuno …….per non impazzire. Quell’isola di pace, dove approdare era tutto ciò che in quel momento mancava. Psicoterapia,farmaci,accettazione, le avevo già messe in atto, ma sentivo ancora un vuoto da colmare e l’avrei fatto il sabato successivo.
Quei sette giorni di attesa mi parvero interminabili, un lungo travaglio che riuscii a gestire con i farmaci. Arrivò la data ed ecco un gruppo di persone erano lì e aspettavano solo me. Mi sento un po’ ansiosa ma riconosco quel la luce negli occhi e provo pace. Condividere è una cosa meravigliosa, anche nella nostra tragedia, che a volte ringrazio perché mi ha portato a conoscere tante persone speciali, perché è così che siamo , persone talmente profonde che hanno per diversi motivi represso le proprie emozioni.
Gli incontri avverranno per diversi mesi, con scadenze settimanali. Ogni volta mi sento più forte, più felice che arrivi il giorno del gruppo perché lì, potrò finalmente sfogarmi e parlare liberamente, senza giudizi, di tutto e in una lingua per noi universale.
Tutti ci siamo affezionati alla nostra referente, pensando che fosse l’unico riferimento, intoccabile, irraggiungibile, immortale e con la convinzione che il gruppo funzionasse solo grazie a lei… Non ci rendevamo conto che in fondo attraverso i nostri racconti e i nostri vissuti, eravamo noi stessi ad aiutarci e ad auto gestirci…. Era uno scambio reciproco di emozioni raccontate ed ascoltate che ci avrebbe portati ad essere sempre di più una cosa sola.
Così nel giorno che avrebbe potuto diventare uno dei peggiori della mia vita, ho capito realmente qual era la mia strada. Mi sentivo forte e decisa, nonostante la disperazione che ha colto il gruppo di sorpresa: La nostra referente stava per abbandonarci, senza troppe spiegazioni e senza alcun preavviso. Erano subentrati dei problemi personali che non potevamo prevedere, ma siamo umani, nessuno escluso.
Il panico che ho visto in quel momento negli occhi di due nuove persone arrivate nel posto giusto al momento sbagliato,mi ha dato la forza di accettare subito di prendere il suo posto .
La paura si stava trasformando, aveva un senso: aiutare quegli occhi a non fissare più il vuoto, come i miei quando quel giorno cercavo aiuto… Ero lì per essere aiutata e già riuscivo a trasmettere tranquillità e fiducia ai miei compagni, tanto da essere accolta subito come il nuovo punto di riferimento. Sarò all’altezza di questo incarico? Ce la farò ? Ma io nel mio piccolo ce l’avevo già fatta. I miei compagni avevano colto quella luce di pace nei miei occhi che veniva dalle emozioni dell’anima, quella stessa anima che per troppi anni era stata usata solo per sfruttarmi o per approfittare di me, in tutti i sensi, anche quelli più terribili ….
Bene, ora però mi serve il ruolo. Ho bisogno di quel ruolo per essere più credibile,maggiormente informata e quindi più utile. Mi informo e prendo parte a diversi corsi per diventare referente di gruppo , affrontando viaggi e pernotti fuori casa,cose per me impensabili, visto il nostro disturbo ….
L’anima ce l’avevo già e finalmente avrei potuto usarla per qualcosa di davvero importante. La paura di subire l’ennesimo abbandono, non mi aveva subito fatto realizzare che comunque non sarei mai più stata sola , perché avevo me stessa e avrei potuto continuare ad aiutarmi aiutando gli altri …
Credete nei gruppi di auto mutuo aiuto, non sono la bacchetta magica, ma servono, insieme all’accettazione della nostra malattia, delle terapie farmacologiche, delle terapie psicologiche, ad essere un tassello importante del nostro puzzle.
La rinascita la dobbiamo trovare ognuno dentro di sé in quella meravigliosa parte di noi stessi che troppe volte trascuriamo e che troppo spesso ci dimentichiamo di nutrire e coccolare. Credete in voi stessi, mettetevi in gioco e cogliete dal nostro male tutto il beneficio che ci dà la profondità della conoscenza della nostra anima. Dentro ognuno di noi si cela un mondo meraviglioso che aspetta solo di uscire allo scoperto. Con il cuore.
Cristina
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Testimonianza di Elisa - (torna su)
Lei è stata sempre un’ombra nera nel cuore; mi voltavo di scatto e per un secondo riuscivo a vederla,sfuggente e impalpabile ma la sua presenza aleggiava continuamente................... Non si era mai palesata del tutto, la mia belva; dietro ad una tenda sbuffava animalesca, possente, ne intravedevo solo la forma.
Il mio equilibrio, già flebile, si spezzò del tutto dopo la scomparsa di mio padre: io e lui eravamo due facce della stessa medaglia e la nostra somiglianza sia fisica che caratteriale è tale che dopo l’accaduto io ho passato settimane, mesi senza riuscire a guardarmi allo specchio....vedere lui in me mi faceva così male da morirne. La buca profonda in cui ero caduta divenne una trincea:appena tentai di uscirne, lottando con le unghie spezzate, l’anima a brandelli che sentivo per la prima volta stranamente ripulita dal cumulo di inutilità che la ricopriva, spezzò le catene della mia belva, liberandola.
La sentivo corrermi accanto, ruggire,scalpitare,mi strofinava addosso il suo manto elettrico ed era una sensazione fortissima. Per un lungo periodo è stato come tenerla continuamente a bada in una lotta snervante di sguardi e tensione:di colpo mi sentivo il più forte dei guerrieri che non teme neanche la morte;era come avere addosso una corazza,una protezione tutt’attorno,un filtro invisibile ed indistruttibile tra me e tutto il resto. Durò anni affievolendosi lentissimamente fino a QUELLA NOTTE!!!
Come il peggiore dei nemici, il suo primo agguato,la mia belva,me lo ha teso di notte:proprio in quell’attimo di “oblio” in cui ero crollata lei mi ha colpito,come svegliata da qualcuno che mi scuoteva di colpo nel pieno sonno. All’inizio era solo come se avessi corso,se mi fossi svegliata agitata da un incubo,poi piano piano il battito cominciò ad aumentare,ad aumentare sempre più e io per la prima volta dopo tantissimo tempo cominciai ad avere paura. La mia belva aveva smesso di girarmi attorno e stava tentando di rivoltarsi contro di me!Sentivo il suo alito farmi bollire il viso, far correre all’impazzata il cuore; le mani e le gambe freddissime, il sudore gelato,il panico che cresceva sempre di più, sempre di più..........
Stavo combattendo la mia battaglia a viso aperto e con tutto il mio corpo.
Il fiato continuava ad accorciarsi ad ogni respiro e il mio petto faceva sempre più fatica a muoversi. Il terrore saliva esponenzialmente fino a che completamente arresa alla convinzione di stare per morire da un momento all’altro, mia mamma, terrorizzata anche lei, ha telefonato al nostro medico. Solo lui riuscì a tranquillizzarmi almeno un pò, mi spiegò cosa mi stava accadendo e con le sue parole e un calmante riuscii a mettere di nuovo distanza tra me e la mia belva. L’indomani il mio corpo risentì di tutte le conseguenze della battaglia:ero disfatta,stremata ,febbricitante. La tensione mi aveva mollato di colpo e tutti i muscoli ,caldissimi,erano molli e dolenti;un fruscio continuo alle orecchie e un disturbo nervoso alla vista mi accompagnarono per un paio di giorni. Da allora molte volte sono stata assalita in posti e ore diverse,come se LEI tentasse di intrappolarmi, di negarmi sempre più luoghi e cose per la paura di rincontrarla,ma sempre più mi accorgo che la mia belva è solo l’ombra della mia anima e che sono solo io a darle corpo,carne e forza per colpirmi.
La vera battaglia è dentro di me con la mia parte oscura e l’unica forza che ho è convincermi che le ombre non possono uccidermi, ma la mia paura, lentamente si!!
Bisogna far capire, a chi non ha mai provato tutto questo, che il panico colpisce e non è solo un incubo dal quale ci si sveglia al mattino,un momento di sconforto, ma è una condizione di sofferenza e dolore fisico e psicologico reale e pesante che se non capito e supportato rischia di far crollare completamente chi ne è colpito. Invalidante e terribile lascia spazio ad incomprensioni e sottovalutazioni che ne peggiorano i sintomi.
Bisogna far sapere, parlare, sentire che non si è i soli a provarlo,far VEDERE a tutti che la Belva é viva e pericolosa ma che la si può combattere e sconfiggere solo con AIUTO e COMPRENSIONE!!!!
Elisa